• Home Page
  • contatti
  • dove siamo
  • orari attivitą
  • mappa del sito

Il teologo risponde

Cerimonie religiose o spettacoli teatrali?

 

 Abbastanza spesso la televisione italiana trasmette in diretta celebrazioni religiose cattoliche con tanta immediatezza che ci pare di essere presenti. In queste cerimonie si nota un tale sfarzo e una tale ostentazione di opulenza nei vestiti, manti, pizzi, stole, copricapi, collari, ecc. che non si può non pensare, per contrasto, alla semplicità degli abiti di Gesù e degli apostoli, vestiti come tutti gli altri comuni mortali dell’epoca. Come si spiega un cambiamento così radicale? E perché tanta teatralità? Perché tanta abbondanza di orpelli con cui si rivestono (si mascherano) persone che certamente sono colte e intelligenti? Queste forme di teatralità ci sono sempre state? È possibile che abbiano ancora un effetto positivo sui fedeli?
Una lettrice di Pomaretto (TO)

 

Questa lettera solleva due problemi distinti: quello della «opulenza», cioè dello sfarzo, della sontuosità delle vesti indossate da uomini di chiesa nelle solenni cerimonie religiose cattoliche che la televisione italiana ogni tanto trasmette in diretta, e quello della «teatralità» di queste celebrazioni. I due problemi sono però talmente intrecciati uno nell’altro che li affronteremo insieme.

A proposito delle vesti liturgiche dei ministri cristiani, va detto che nella chiesa dei primi secoli semplicemente non esistevano. Questo fatto è tanto più degno di nota in quanto in Israele gli abiti liturgici dei sacerdoti sono lungamente e dettagliatamente descritti nel capitolo 28 del libro dell’Esodo. Ma il cristianesimo s’è distinto dall’ebraismo e da tutte le altre religioni dell’epoca proprio perché non aveva sacerdoti. L’unico sacerdozio cristiano è quello comune dei fedeli e quello di Gesù, sommo sacerdote celeste, di cui parla a lungo la Lettera agli Ebrei. L’idea di un sacerdozio rinascerà nella chiesa solo quando la Cena del Signore, contrariamente al suo significato originario, verrà interpretata come sacrificio: dove c’è sacrificio, ci vuole il sacerdote che lo offra e l’altare sul quale lo si offre. Ma all’inizio non era così: non c’era il sacrificio, quindi non c’era il sacerdote, quindi neppure abiti sacerdotali. Del resto anche il sacerdozio ebraico scomparve nel 70 d.C. con la distruzione del Tempio compiuta dall’imperatore Tito. I rabbini erano e sono laici.

Dunque nei primi secoli della storia della chiesa i suoi ministri hanno presieduto il culto (che avveniva nelle case) e celebrato la Cena del Signore senza vesti liturgiche. Anche quando, con la «svolta costantiniana», il culto cominciò a essere celebrato nelle basiliche, e il cristianesimo divenne, con Teodosio, «religione dell’impero», anche allora i ministri indossavano i vestiti civili abituali del loro tempo e del loro ceto sociale: non c’erano abiti speciali riservati alle cerimonie religiose. Al massimo indossavano, per la celebrazione, i vestiti più belli, come facciamo anche noi oggi: per occasioni particolari indossiamo volentieri l’abito «delle feste». Ma si trattava sempre di abiti in uso nella vita civile. Così è stato per i primi sei secoli. A esempio, papa Innocenzo I (402-417) rimprovera alcuni vescovi della Gallia per aver introdotto novità nel loro abbigliamento, affermando che il clero deve, sì, distinguersi dal popolo, ma «per la dottrina, non per i vestiti; per il comportamento, non per l’abito; per la purezza della mente, non per l’acconciatura».

Quindi, quelli che sono oggi considerati abiti tipicamente ed esclusivamente ecclesiastici, erano in realtà all’origine abiti civili, in uso nella società romana: così la veste di tela bianca chiamata alba, la tunica che scendeva fino al ginocchio, la pianeta (in latino casula) che copre le spalle, il pallio (che fu già dei filosofi greci) e la stola, che è una specie di sciarpa che scende sul petto in due bande parallele. Molti altri indumenti e ornamenti dovrebbero essere menzionati, ma lo spazio a mia disposizione non lo consente. L’essenziale, comunque, l’ho detto: i «paramenti sacri» – quelli che vediamo nelle celebrazioni trasmesse dalla televisione – sono in realtà ex-abiti civili romani che, con l’andar del tempo, solo il clero cristiano ha conservato, conferendo loro un valore liturgico e simbolico che all’origine non avevano.

Ma ci sono due altre considerazioni da fare. La prima è che il vestito rivela sempre anche lo status sociale della persona che lo indossa. Quanto più la chiesa divenne ricca (e lo divenne veramente), tanto più lussuosi divennero gli abiti liturgici dei suoi ministri, perché i tessuti utilizzati furono quelli più pregiati (velluto, damasco, broccato) e l’arte del ricamo si esercitò in questo campo nel migliore dei modi: così le vesti liturgiche, per la loro sontuosità, divennero anche specchio di una chiesa divenuta opulenta. La seconda considerazione è che vescovi e papi, grosso modo a partire dall’anno Mille, assunsero e svolsero un ruolo politico sempre maggiore: i vescovi divennero vescovi-principi e il papa divenne papa-re (lo è ancora oggi). Anche questa circostanza contribuì ad accrescere lo sfarzo del loro abbigliamento. Non c’è solo la «cattedra di Pietro», c’è anche il «trono papale». Ricordo di aver visto da vicino, nel corso di un’udienza a un ristretto gruppo ecumenico di cui facevo parte, Giovanni Paolo II seduto sul suo trono, e di aver pensato in quella occasione: «Ecco, così doveva essere un re medievale!». Anche i vestiti e le scarpe stesse contribuivano a destare questa impressione.

Che cosa tutto questo abbia a che fare con l’Evangelo e con la fede è facile intuirlo: nulla. Si sa che non è l’abito che fa il monaco, anche se non c’è monaco senza abito (in generale, ma non sempre: oggi ci sono anche monaci senza abito). Lutero, su questa questione, come su molte altre, optò per la libertà cristiana: quello che conta non è come è vestito il ministro, ma se predica o no l’Evangelo. In una lettera del 4 dicembre 1539 al prevosto berlinese Giorgio Buchholzer che era perplesso sul mantenimento delle processioni voluto dal principe Gioacchino di Brandeburgo, e sull’uso, in esse, delle vesti liturgiche, Lutero scrisse: «Se il vostro principe lascia che l’Evangelo di Cristo sia predicato in modo chiaro, schietto e puro, senza aggiunte umane, e che i due sacramenti del battesimo e del sacrificio di Cristo siano offerti secondo la loro istituzione (…) andate pure in giro nel nome di Dio portando una croce d’argento o d’oro e indossando cappe e talari di vari tessuti. E se al vostro principe non basta una cappa e un talare, fategliene indossare tre!». È chiaro il senso dell’affermazione: l’essenziale è l’Evangelo, tutto il resto è irrilevante. Lutero, insomma, non è drastico nel rifiuto delle vesti liturgiche, proprio perché non dava loro alcuna importanza. Ma nelle chiese luterane, come in quelle riformate, come in quelle anabattiste, le tradizionali vesti liturgiche furono abbandonate. È rimasta solo la toga pastorale, indossata per il culto. Anch’essa, come si sa, non è un abito liturgico, ma professionale: era l’abito delle persone incaricate di un insegnamento. Oggi la indossano anche i giudici e gli avvocati.

Le vesti liturgiche sono invece state conservate, senza modifiche rilevanti, nella chiesa cattolica e in quelle ortodosse, nelle quali esse rivestono un valore particolare. La stessa vestizione dei ministri è un rito liturgico a sé. Ricordo di aver assistito, anni fa, in Russia alla vestizione di un vescovo che si preparava a presiedere la liturgia: è stata una lunga cerimonia nel corso della quale ogni indumento (che erano tanti!) od ornamento, prima di essere indossato, veniva baciato dal vescovo. Collegata alle vesti liturgiche ci sono, in molte tradizioni cristiane (ortodossa, cattolica, luterana e anglicana tra le chiese dette «storiche»), i colori liturgici, ai quali viene assegnato un valore simbolico riferito ai vari tempi dell’anno ecclesiastico. Anche se non tutte le chiese adottano per lo stesso periodo gli stessi colori, c’è però in questo campo larga convergenza; così il viola è il colore dell’Avvento e della Quaresima; il bianco quello di Natale fino all’Epifania; il verde caratterizza il tempo dopo l’Epifania e dopo Pentecoste; il bianco, simbolo della luce, è il colore del tempo di Pasqua; a Pentecoste invece il colore sarà il rosso, in ricordo delle fiamme come di fuoco che si posarono sugli apostoli. Le chiese riformate, in generale, non utilizzano colori liturgici. Credo che anche qui debba valere il principio della libertà cristiana, caro a Lutero (e all’apostolo Paolo). Dio ha creato i colori. Nulla vieta di servirsene nel culto. Ma nulla lo impone. Gesù e gli apostoli non ne hanno mai parlato né li hanno adoperati.

Che dire in conclusione ? La nostra lettrice si chiede: «È possibile che queste cerimonie abbiano ancora un effetto positivo sui fedeli?». Un effetto certamente lo hanno: il loro impatto visivo, di solito, è notevole. Se sia positivo o meno, bisogna chiederlo a loro. C’è un lato estetico delle cerimonie che è molto curato e può lasciare il segno. Il rischio maggiore è che la cerimonia diventi spettacolo e il credente spettatore. È appunto il rischio della «teatralità», che indubbiamente c’è. Già nel Cinquecento Erasmo (1466-1536), principe degli umanisti e «cattolico critico» del suo tempo, censurava vescovi, cardinali e papi dicendo che essi «credono di aver fatto largamente la loro parte per Cristo se esercitano l’episcopato con un apparato suggestivo e quasi teatrale, con cerimonie, con i titoli di Beatitudine, Reverenza, Santità…» (Elogio della follia, n. 59). Non è con un apparato cerimoniale «quasi teatrale» – sostiene Erasmo – che si edifica la chiesa. Le cerimonie possono essere suggestive e anche piacere agli occhi, ma è difficile che possano nutrire la fede, la quale, come dice l’apostolo Paolo, «vien dall’udire, e l’udire si ha per mezzo della parola di Cristo» (Romani 10, 17).

                                                                             Paolo Ricca

 Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 13 novembre 2009   
  • chi siamo
    • Chi siamo
    • I valdesi a Torino
    • La chiesa valdese in Italia
    • Assemblea e Concistoro
    • Pastori e diaconi
    • Volontari
    • Le finanze
    • Contatti
  • dove siamo
    • I luoghi di culto in cittą
    • La casa valdese
    • Centro attivitą giovanili
    • Contatti
  • attivitą per tutti
    • Culto domenicale
    • Incontri di formazione
    • Attivitą musicali
    • Coro Valdese
    • Centro Evangelico di Cultura
  • solidarietą
    • Diaconia comunitaria
    • Aiuti allo sviluppo
    • servizio civile
  • attivitą giovanili
    • Attivitą giovanili
  • formazione adulti
    • Catechismo per adulti
  • formazione minori
    • Scuola domenicale
    • Catechismo
  • relazione d'aiuto
    • Cura pastorale
    • Gruppo di azione intracomunitaria
    • Filo diretto con gli anziani
  • link a siti collegati
    • Chiesa Evangelica Valdese
    • Facoltą di teologia
    • Diaconia valdese
    • Federazione chiese evangeliche
    • Editrice Claudiana
    • Settimanale Riforma


  • Segreteria Chiesa Valdese:
    tel. 011 6692838
    e-mail segreteria@torinovaldese.org
  • Concistoro:
    e-mail concistoro@torinovaldese.org
  • Pastore Paolo Ribet:
    e-mail pribet@chiesavaldese.org
  • Pastore Franco Tagliero:
    e-mail ftagliero@chiesavaldese.org
  • Pastore Stefano D\'Amore:
    e-mail sdamore@chiesavaldese.org
  • Diacono Massimo Long:
    e-mail mlong@chiesavaldese.org