EVANGELO DI GIOVANNI 13: 31-35
(Lettura Giovanni 13: 20 – 35)
13: 31 Quando egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui. 32 Se Dio è glorificato in lui, Dio lo glorificherà anche in se stesso e lo glorificherà presto. 33 Figlioli, è per poco che sono ancora con voi. Voi mi cercherete; e, come ho detto ai Giudei: "Dove vado io, voi non potete venire", così lo dico ora a voi. 34 Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. 35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
1.- Nella narrazione dell’evangelo di Giovanni siamo giunti ad uno dei momenti più drammatici: Gesù sta cenando con i suoi discepoli, forse si tratta della cena pasquale, e lui sa bene che quella sarà l’ultima volta che gli sarà concesso di farlo. Con questa consapevolezza nel cuore, ma nell’incomprensione dei discepoli, egli ha anche compiuto un gesto scandaloso, e per certi versi rivoluzionario, lavando loro i piedi – dando così un insegnamento che deve illuminare tutta la sua missione umana: il Figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire l’umanità intera. Ed ora annuncia che qualcuno dei suoi lo tradirà, lo consegnerà ai suoi nemici, i quali lo uccideranno. Segue quell’altro gesto enigmatico in cui Gesù dà il pezzo di pane intinto nel piatto a Giuda e gli dice quelle parole ancora più enigmatiche: «quello che fai, fallo presto». A mio modo di vedere, queste parole non significano, come spesso si è detto nel corso della storia, che Giuda faccia parte del piano divino della salvezza, ma piuttosto che anche dai momenti e dai gesti più negativi, Dio sa far nascere il bene.
Poi Giuda esce dalla stanza e, annota Giovanni, «era notte» – la notte dell’anima e la notte dell’umanità.
2.- E’ dunque in questa situazione, mentre le tenebre avvolgono la sala dove Gesù e gli undici discepoli ancora si trovano e il soffio della morte aleggia sopra di loro, che inizia il discorso che è oggi al centro della nostra attenzione.
Le parole di Gesù si aprono con una annotazione che ci lascia turbati. Egli dice: «Ora il Figlio dell’uomo è glorificato». Ora, ora che Giuda è uscito dalla stanza, ora che sta per compiersi il tradimento, ora che, a viste umane, siamo arrivati alla fine, «il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio con lui».
Tutto questo è veramente paradossale e, anche a duemila anni di distanza, non cessa mai di turbarci – perché è il contrario di quanto ogni persona umana si aspetterebbe: sta per scatenarsi la tragedia e Gesù parla della gloria del Figlio dell’uomo!
Quando Giovanni usa l’espressione “il Figlio dell’uomo” per indicare se stesso e la sua missione, mette insieme due diverse interpretazioni (diversamente dai sinottici): l’aspetto della gloria, legato alla dimensione del Regno di Dio che viene, e quello della sofferenza. Le due realtà viaggiano in coppia perché questa è l’assoluta novità dell’atteggiamento di Dio nei confronti della sua creatura: che la salvezza passa attraverso la sofferenza e la croce.
Non c’è in questo una mistica della sofferenza (come in seguito avverrà nel pensiero cristiano, soprattutto cattolico) ma piuttosto il senso profondo del dono di sé e dell’amore come fondamento dei rapporti. Questa “teologia della croce” di paolinica (e luterana) memoria va fortemente ripresa, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui si dà valore in modo inaudito al successo (e al denaro che del successo è il termometro).
3.- E’ per questa ragione che Gesù può affermare che lascia ai discepoli un comandamento nuovo, quello di amarsi gli uni gli altri.
In che senso questo comandamento è “nuovo”? Infatti il comandamento dell’amore si ritrova non solo nell’Antico Testamento, ma anche in tutte le religioni.
E’ nuovo perché esso non è un sentimento umano, per quanto nobile; ma è immagine e specchio del rapporto profondo che lega il Padre al Figlio e il Signore alle sue creature. Quando dunque siamo chiamati a sperimentare l’amore reciproco fra noi esseri umani, siamo chiamati nello stesso tempo a incarnare il profondo rapporto che il Signore ha steso con noi.
La parola di Gesù ai suoi discepoli è chiara: la gloria del Messia passa attraverso il dono di sé e chi vuole seguirlo deve compiere lo stesso percorso.
La gloria e l’amore reciproco sono messi insieme da Gesù, come le due dimensioni della nostra vita: per fede viviamo la dimensione della gloria, del nostro essere in Cristo – e nella fede ci esprimiamo attraverso l’amore imparato in Cristo.
L’amore reciproco, viene dunque presentato come l’elemento che dà riconoscibilità ai discepoli di Cristo. Questa è la “marca” dei discepoli, ciò che li contraddistingue, e non determinate posizioni dottrinali.
Lutero terminava il suo libro La libertà del Cristiano con queste parole: «un cristiano vive non in se stesso, ma in Cristo e nel suo prossimo: in Cristo per la fede; nel prossimo per l’amore. Per la fede sale al di sopra di sé in Dio; da Dio torna a scendere al di sotto di sé per l’amore; rimane pur sempre in Dio e nel divino amore; come Cristo dice, Giov. 1: “vedrete i cieli aperti e gli angeli salire e scendere sul Figliol dell’uomo”».
4.- Viviamo in un tempo strano: a) Tutti applaudono papa Francesco perché parla di una chiesa (cattolica) semplice e che prende posizione per i poveri. Ma fino a ieri tutti applaudivano i papi che, forse, dicevano le stesse cose, ma non le attuavano.
b) Il nuovo/vecchio presidente Napolitano critica duramente i parlamentari perché in questi anni non hanno compiuto le riforme che erano necessarie per il bene del Paese. E i parlamentari applaudono freneticamente.
Forse è giunto il tempo di applaudire di meno e di fare di più.
Il nostro Paese sta vivendo un momento molto difficile – e non solo per motivi economici. Anche in questa situazione, il compito della chiesa è quello di rendere concreto questo amore – non basta infatti l’amore reciproco, interno, fra i membri della chiesa; ma questo amore deve esondare e andare verso coloro che vivono intorno a noi. Io vedo la rabbia che sta per esplodere. Ma la rabbia non porta da nessuna parte. E’ giusta l’indignazione, che ci aiuta a individuare il male, a portarlo allo scoperto e a combatterlo; ma la rabbia ti fa solo distruggere ciò che ti si para davanti.
Il nostro Paese ha bisogno di unità di intenti e di visione e queste possono essere date soltanto dalla chiarezza di visione (per fede) che ci è data dalla gloria di Dio e può essere ottenuta (nella fede) attraverso l’amore reciproco. Noi abbiamo una parola importante da portare nel nostro Paese.
Pastore Paolo Ribet
Domenica 28 aprile 2013 - Torino - c.so Vittorio E. II, 23